Vinicio Capossela

Vinicio Capossela

Il vascello dell’esploratore Vinicio Capossela approda all’ombra silente del misterioso obelisco che campeggia sul teatro D’Annunzio, per l’ennesima tappa del viaggio più tortuoso dell’essere umano: la scoperta del sé.

Pescara, 02-08-2011

Da un fumo denso che avvolge le costole di balena, scenografia semplice ma d’impatto, incastonate davanti una vela stilizzata, Vinicio Capossela ci accompagna nel viaggio oceanico attraverso storie grottesche, mitologiche ed ammalianti che hanno come meta finale il ritrovamento del tesoro più prezioso: ovvero il ritrovamento e la pienezza del sé.
Coadiuvato da una band di tutto punto, capitanata dalla chitarra di Alessandro “Asso” Stefana dei Guano Padano, che si trasforma da orchestra maestosa ad accompagnamento sgangherato a seconda delle esigenze volubili che tormentano le composizioni di “Marinai, profeti e balene”, si alza il sipario e salpa la nave con Vinicio nella sua veste migliore di timoniere delle coscienze.
Attraversando musica, letteratura, poesia, teatro e ballo, fino a sfociare ad un cabaret dalle fumose tinte anni ’30, gli umori del suo ultimo parto discografico in sede live si vestono di un amalgama ben più salda e sicura, in cui le sfaccettature del disco risaltano splendenti come onde spumose che si abbattono sulla scogliera di un pubblico attonito, passando dal reading macabro di sospiri melvilliani di I Fuochi Fatui, all’attitudine da folkster di Billy Budd, fino al jazz leggero e spumoso di Pryntyl e Calipso, intervallate da travestimenti, fantomatici golia e ciclopi ubriachi. Parte centrale dell’esibizione affidata ai vecchi successi impolverati, come le versioni trascinanti di Brucia Troia e Il ballo di San Vito (ovvero lo zenit della musica popolare italiana) o il medley incastonato a dovere tra La barca tornò sola e Che coss’è l’amor.
Ironia, poesia ed una sana dose di visceralità sciorinano la maggior parte dell’ultima fatica discografica “Marinai, profeti e balene”, ed esplodono in tutto l’arrangiamento pomposo ed articolato, debitore sì al maestro Tom Waits, ma rielaborato in una chiave assolutamente personale, così come il finale diventa occasione per discorrere parole libere accompagnato da una birra e da lievi note di pianoforte, (mal)sana abitudine del buon vecchio Tom.
Uno spettacolo vibrante di un alchimia magica assolutamente trascinante, fanno dell’ultimo live del buon smargiasso Vinicio un esperienza artistica totalizzante e tracimante di umori.
A suggellare il tutto, sul finale per piano e voce di Le Sirene, una stella cadente che silenziosa si staglia sul palco all’unisono con l’ultimo battito leggero di piano, pongono il sigillo ad un concerto ed un esperienza assolutamente perfetta.
Ad oggi, in Italia, non abbiamo nessun’altro come Vinicio.

Luca Minutolo





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