Peter Gabriel

Peter Gabriel

New Blood
Virgin/EMI

Essere appassionati estimatori di Peter Gabriel è per almeno un’ottima ragione un’arma a doppio taglio: tolta la fase iperproduttiva del periodo 1977-1982, sono ormai quasi trent’anni che il l’ex frontman degli unici Genesis mai davvero
esistiti mette a dura prova la pazienza di quanti - tutti, in pratica - lo vorrebbero un po’ più presente con album propriamente detti, vale a dire costituiti da canzoni inedite scritte di suo pugno. Basti pensare che l’ultimo lavoro a rientrare nella categoria, Up, risale al 2002, dato che Scratch My Back dell’anno scorso era una raccolta di interpretazioni di brani altrui, e che questo New Blood - che ne è per molti versi il seguito - mette invece in fila riletture orchestrali di tredici (escludendo il nulla di A Quiet Moment ma contando la bonus track) momenti significativi del repertorio gabrieliano,molti dei quali pietremiliari. Il (serissimo) gioco degli adattamenti in chiave classicheggiante avviato nel disco
precedente e nel suo tour promozionale con il compositore e arrangiatore John Metcalfe, insomma, non ha ancora stancato l’eclettico Peter, cui vanno comunque riconosciute classe e astuzia imprenditoriale nell’allestire fruttuosi riciclaggi.
Non si affermerà, in questa sede, che “gli originali erano meglio”:
forse è così, ma voler negare a un genio assoluto come il cinquantanovenne musicista britannico il piacere e la gioia di riplasmare sulla base di una sensibilità non necessariamente più “matura” la materia dai lui creata illo tempore sarebbe ingeneroso. Non è però indice di mancanza di riguardo rilevare che alcuni pezzi mantengono inalterato il loro fascino, mentre altri paiono non trovarsi del tutto a loro agio nelle nuove vesti: per carenza o eccesso di pathos, perché non sempre la verve delle composizioni risulta esaltata, per qualche piccola
bizzarria che fa pensare all’esercizio di stile. Dopo la prima reazione di stupore, e a volte incanto, ci si trova a fare i conti con i “se” e i “ma”, e non è una bella cosa.

Federico Guglielmi / * *

Tratto dal Mucchio n° 687


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